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Febbraio 2026

 Nel mese in cui l’amore viene celebrato, scegliamo di fermarci 
a guardare cosa succede quando l’amore si confonde con il controllo, 
il possesso, la limitazione della libertà. 
Quando ciò che viene raccontato come passione diventa soffocante. 
Quando la cura smette di essere tale.


Da togliere il fiato

La seconda campagna di affissioni di È un problema mio in Umbria

Febbraio è il mese in cui l’amore viene celebrato, raccontato, idealizzato.
Proprio per questo È un problema mio torna nello spazio pubblico con una nuova campagna di affissioni che sceglie di intervenire su una narrazione ancora troppo diffusa: quella che confonde l’amore con il possesso, la cura con il controllo, la passione con la sopraffazione.

Con il titolo “Da togliere il fiato”, la seconda campagna di affissioni attraversa le principali città umbre per porre una domanda semplice e radicale: quando una relazione inizia a togliere spazio, libertà, respiro… è ancora amore?

L'immagine e il concept



La violenza non è un fatto improvviso.

Non esplode all’improvviso, non nasce da un gesto isolato, non è un “raptus”.
La violenza è un processo.

Cresce nel controllo quotidiano, nel ricatto emotivo, nella gelosia che diventa sorveglianza, nella progressiva perdita di autonomia e libertà.

“Da togliere il fiato” sceglie di raccontare proprio questo: non l’atto finale, ma il clima che lo precede. Non l’immagine stereotipata della violenza, ma la sensazione di una relazione che stringe, isola, soffoca.

Perché febbraio?


Febbraio è tradizionalmente associato all’amore romantico, alla coppia, alla celebrazione del legame. Ma è anche un momento in cui alcune narrazioni rischiano di normalizzare dinamiche pericolose: la gelosia come prova d’amore, il controllo come attenzione, la rinuncia come sacrificio necessario.

La campagna interviene in questo spazio simbolico per rompere l’equivoco: l’amore non deve togliere il fiato. Se lo fa, non è amore. 

Le affissioni nello spazio pubblico


Le affissioni della campagna sono pensate come inserti visivi urbani: immagini che non urlano, non spettacolarizzano, ma disturbano con discrezione.

Lo sguardo è chiamato a fermarsi, a leggere, a riconoscere.
Non c’è una scena esplicita, ma una tensione.

Non c’è un colpevole “mostruoso”, ma una dinamica riconoscibile.
Perché la violenza di genere non riguarda “altri”: attraversa le relazioni quotidiane, gli immaginari collettivi, i modelli culturali che continuiamo a riprodurre.

Riconoscere è il primo passo


Riconoscere i segnali precoci della violenza significa poterla fermare prima che diventi irreversibile.
Significa cambiare linguaggio, immaginari, aspettative.
Significa restituire spazio, scelta, libertà.

“Perché se una relazione toglie il fiato, non è amore.
Ed è un problema di tuttə.”